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Per scrivere questa storia di #occhidiragazze ho deciso di riportare più fedelmente possibile le parole della sua protagonista, Elena. Nessun artificio, nessun trucco possono rendere in maniera adeguata la sua forza, la sua scelta di amare e di costruirsi una vita, nonostante un passato di abbandono, di abusi e violenza.

Elena racconta con orgoglio dei suoi figli e delle sue conquiste, fiera di se stessa, di ogni scelta compiuta. La violenza del suo passato riaffiora nel racconto e le vela gli occhi di lacrime. Ci sono nodi che vengono da lontano che fanno ancora male, ma – sostiene Elena – è una battaglia persa.

Preferisce guardare all’amore che ha oggi, a chi ha saputo colmare un vuoto, a chi le vuole bene e dice: “L’amore va dato a chi se lo merita”.

Grazie per il tempo che hai deciso di dedicare a me e ad #occhidiragazze. Raccontami chi sei e qual è la tua storia.
Sono Elena, ho 57 anni e sono una persona molto positiva. Lo sono nonostante una vita molto travagliata: appena nata sono stata abbandonata da mia madre perché ero una femmina. Ho un fratello più piccolo di me che mia madre ha tenuto con sé, mentre io ero la femmina che lei non desiderava.

Tua madre è viva, sai dov’è?
Si, ma non ci vediamo più da quarant’anni. I primi anni che ero in collegio veniva anche a trovarmi e io la domenica, giorno di visita, ero la bambina più felice del mondo. Non so che vita facesse, a volte spariva per lunghi periodi, poi tornava e portava con sé persone non molto piacevoli, figure sgradevoli, che ricordo come moleste. Per molto tempo non l’ho più vista, finché non l’ho cercata io quando sono uscita dal collegio.

Com’era la tua vita in collegio?
Ero una ragazza molto selvatica, mi chiamavano “La Giamburrasca”, ma è perché son sempre stata arrabbiata con mia madre e con la vita. Sapevo di avere un fratello che era con lei e questo mi rendeva cattiva, ero ribelle, spaventata e arrabbiata. Ho sempre avuto un enorme desiderio di sapere cosa vuol dire avere una madre e un padre e quando ascoltavo i racconti delle compagne sui loro genitori sentivo un male terribile. Ero invidiosa, non avevo nessuna guida: ho imparato tutto – le prime mestruazioni, come si prepara il cibo, volersi bene e prendersi cura dell’altro – dalle parole delle amiche e dai discorsi che facevano sulla vita fuori dal collegio. L’unica cosa che ho imparato in collegio invece è stato difendermi dagli abusi dei preti, dalle loro mani che ci palpavano dappertutto.

Hai subito violenza?
Si, dai preti. Le loro attenzioni erano morbose e ci molestavano di continuo. Se provavi a dirlo alle suore, nemmeno si stupivano e comunque non intervenivano. Del resto, quello che accade tra un uomo e una donna io l’ho visto accadere tra preti e suore, nei confessionali. Non era certo un mistero.

E’ stata questa la tua educazione sentimentale, quindi.
Purtroppo si, ma sono accaduti altri fatti. Quando ero una bambina delle elementari e mia mamma ancora veniva a trovarmi, a volte la domenica mi portava al cinema. Se mi scappava la pipì durante il film lei non mi accompagnava al bagno, ci dovevo andar da sola. E davanti al bagno si trovavano uomini adulti che cercavano di fare quello che facevano già i preti in collegio. Scappavo terrorizzata e mi tenevo la pipì. Altre volte, seduti sulle poltrone – mia mamma al centro, io e mio fratello ai lati – un uomo dal posto dietro al mio allungava la mano per toccarmi. Mi piegavo in avanti, mi accucciavo e quando non avevo proprio scampo lo dicevo a mia madre che, per tutta risposta, faceva spallucce e mi guardava come per dirmi: “Che vuoi che sia?”. Oppure capitava che la domenica ci portasse in collina, insieme al suo compagno del momento e che questo mi proponesse cose indicibili. Mi prometteva caramelle o una bici nuova se avessi fatto quello che voleva.

Come ti difendevi?
Provavo schifo e non mi fidavo di nessuno, scappavo. Quello che vivevo in collegio mi aveva fatto costruire una corazza tale che non mi stupivo né mi spaventavo più di niente. E poi, da ragazza ribelle e inquieta che ero, scappavo anche dal collegio alcune ore al giorno perché avevo bisogno di scaricare la rabbia che provavo. In fondo alla collina su cui sorgeva il collegio c’era una palestra dove potevo allenarmi. Con la complicità delle compagne, uscivo dalla finestra del dormitorio e correvo giù a perdifiato. Gli allenatori mi dicevano che promettevo bene e che potevo diventare una grande atleta. Ho fatto tantissime gare, saggi e attività agonistica. Ma poi mi son dovuta fermare, avevo bisogno di uno sponsor per gareggiare e invece io avevo altre priorità: dovevo pensare a mangiare e a sopravvivere.

Era arrivato il momento di lasciare il collegio.

Si. Al compimento dei 18 anni mi dissero che fuori c’era la mia vita e che avrei dovuto arrangiarmi. Così ho fatto, cercando lavoro. Ma non solo: ho cominciato a cercare le mie origini, per dare un ordine alla mia vita, per conoscere il mio passato che nessuno mi aveva mai raccontato. Volevo rivedere mia madre, dopo molti anni. Forse speravo in un ricongiungimento, in una nuova vita, tutti insieme. Così sono andata da lei e le ho detto: “Mamma, sono tua figlia”. Mi ha guardata stupita come se fossi un’estranea e mi ha risposto: “Cosa ci fai tu qua? Io non voglio te, voglio tuo fratello”. Da allora non l’ho più vista.

E tuo padre? Cosa sai di lui?
Mio padre è morto. So che era di origini francesi e ho un vago ricordo delle poche volte che è venuto in collegio. Conservo nella memoria dei piccoli dettagli di una figura maschile in una casetta in collina, tra i campi. Ci sono stata molto tempo fa, ma la casa era stata venduta. E’ stato quando ho tentato di rimettere insieme i pezzi della mia storia familiare.

Racconta, cosa hai scoperto?
So che mia madre è cresciuta in un paesino in collina. Sono andata lì e ho conosciuto mia nonna. Su in paese con lei c’erano anche due zii maschi, due uomini bruschi e arroganti. C’è stato subito scontro con loro, non approvavano il mio modo di fare schietto e diretto, il fatto che dicessi quello che pensavo, anche in contrasto con quello che dicevano loro. La nonna cercava di zittirmi, mi ripeteva: “Zitta, non puoi parlare, parlano solo loro”. Ma figurarsi se io stavo zitta! Non tolleravo che trattassero male la nonna e io non intendevo affatto tacere. Così penso che mia madre sia scappata da quella casa, oppressa com’era da quelle due figure maschili. Forse anche da un padre degno di quei figli, di quegli uomini. Chissà quando e chissà come ha incontrato mio padre e ha avuto me e mio fratello, ma è sempre rimasta una ragazza madre. Dalle piccole frasi che ho captato, forse lui avrebbe voluto sposarla ma non se n’è fatto nulla. Credo sia andata così perché lei ad un certo punto si è ammalata e ha perso tutto.

Una storia difficile.
Si, ma questo non giustifica il fatto che mia abbia abbandonata, che mi abbia cancellata dalla sua vita. Appena sono uscita dal collegio, il mio primo desiderio è stato quello di costruirmi una famiglia, di avere dei bambini. Magari delle bambine: mi sono detta che le avrei amate moltissimo e non avrei permesso che vivessero quello che avevo vissuto io.

Com’era la tua vita? Riuscivi a lavorare e a mantenerti da sola?
Eh, ho fatto la fame. Con il poco che guadagnavo cercavo di pagarmi prima di tutto la pensioncina in cui stavo. Mi arrangiavo, lavoravo, facevo quello che potevo e non mangiavo tutti i giorni. Accettavo dei lavoretti finché poi non ho cominciato a trovare dei lavori un po’ più stabili che mi davano delle amiche, con cui dividevamo la camera o l’appartamento. Poi nel 1981 sono entrata a lavorare in Comune come collaboratrice scolastica e da lì ho cominciato ad avere una vita più regolare. Finché non è arrivato un compagno che ho sposato e da cui ho avuto due figlie. Con lui non è andata bene, ma oggi ho due ragazze che amo con tutta me stessa.

Dimmi del tuo matrimonio
I primi tempi è stata una bella storia e io ci ho creduto moltissimo. Anche se di notte l’incubo di tornare in collegio mi perseguitava, guardavo al futuro e desideravo tanto dei bambini. Le gravidanze hanno guarito parte delle mie ferite: quando ho avuto la prima bambina per me si è realizzato un sogno e con la seconda ero felicissima. Per mio marito invece non era la stessa cosa, e non aveva lo stesso mio desiderio di un altro figlio. Un giorno l’ha persino rinfacciato a sua figlia, le ha detto che fosse stato per lui non l’avrebbe tenuta. Ma non era nemmeno più in sé, beveva senza controllo. E ad un certo punto ho dovuto fare una scelta: o subire lui e le sue follie o tutelare le mie figlie. Così quando una aveva 7 anni e l’altra 4, ho chiesto la separazione. Dovevo uscire da quell’incubo: ho subito violenze prima e dopo la separazione. Ho subito violenza fino a finire in ospedale. Ho vissuto due anni da barricata in casa perché lui arrivava in piena notte e cercava di entrare, picchiava contro la porta, urlava.

Chiamavi la polizia?
Si, ma mi dicevano che sarebbero intervenuti solo se fosse successo qualcosa di serio: “Se non c’è sangue non veniamo”. Io e le bambine mettevamo i mobili contro la porta e pregavamo rannicchiate in un angolo che non accadesse nulla, che si stancasse e se ne andasse. Io ero distrutta, le bambine terrorizzate. Nessuno veniva in nostro aiuto, nessuno voleva immischiarsi. E quando c’è una persona violenta, chi è che la vuole affrontare?

Due anni di violenze e di terrore.
Si, due lunghi anni. Poi ho incontrato un compagno che si è preso cura di me e delle bambine. E’ stata una figura positiva per loro e insieme siamo stati bene, la nostra storia è durata nove anni. L’ho amato molto, è stato un grande amore. Il mio ex marito era stato diffidato dall’avvicinarsi a noi, così si limitava a starsene nel parcheggio a spiare la nostra vita. Finché non ha preso di mira il mio nuovo compagno: ha iniziato a tagliargli le gomme della macchina, a rompergli i finestrini, a perseguitarlo. E’ finita che si son suonati di brutto e che il mio compagno ha avuto la meglio tra i due. Da quel momento abbiamo cominciato a fare una vita più tranquilla e il mio ex marito non s’è fatto più vedere.

Nemmeno con le bambine?
No, è stato un pessimo padre. Oggi le ragazze sono grandi e lui non ha mai fatto niente per riavvicinarsi a loro. Mi sono occupata sempre io di tutto, del loro sostentamento e del loro benessere. Abbiamo affrontato insieme ogni cosa, compreso la malattia. La più grande recentemente ha subito un intervento per un tumore molto serio alla tiroide. Alla piccola invece, quando aveva 18 anni, è stata diagnosticata la spina bifida occulta. Le prospettive non sono buone, tra qualche anno potrebbe essere su una sedia a rotelle e la malattia progredisce di giorno in giorno. Lei mi dice: “Mamma, invecchieremo insieme” e io spero solo di aver più vita possibile per starle accanto e poi che tra fratelli si capiscano e si vogliano bene, che siano vicini e si aiutino a vicenda.

Hai detto “fratelli”, hai anche un figlio maschio?
Si, è il figlio che ho avuto dal mio compagno e vive con me. La storia con quest’uomo poi si è conclusa dopo diversi anni insieme. Viveva con la madre e veniva a stare da noi solo il sabato e la domenica, nonostante avessimo un bambino da gestire. Così ad un certo punto gli ho chiesto di fare una scelta: o me o sua madre. E lui ha scelto lei. Mi si è ripresentato davanti solo molto tempo dopo, quando è stato cacciato fuori di casa e io questa cosa qui non l‘ho accettata perché era una scelta di comodo e non mi stava certo bene.

Oggi c’è un uomo accanto a te?
Si, un uomo più grande di me che rispetta la mia vita e le mie esigenze familiari, sa che sono la ma priorità. E’ una persona squisita, generosa, affettuosa. Mi vuole bene e gliene voglio anch’io. Si prende cura di me e io non ci ero più abituata, dopo una vita di problemi che ho sempre affrontato da sola. La mia risposta a molti eventi della vita è sempre stata: “Ce la faccio da sola”, invece oggi c’è lui con me. E’ paziente, sempre presente, quando sa che ho un impegno lui è già lì, vicino a me.

La tua è una storia forte. Un passato difficile alle spalle, tante conquiste, i figli ormai grandi e un nuovo compagno. Cosa ti rende felice?
Io son sempre cresciuta nella fame, sono stata bene anche con niente. Così già quando una giornata è piena di sole io sto bene, quando c’è la salute delle mie persone case allora sto bene. Non cerco la luna, non cerco il mondo, sono felice con poco. Desidero solo che i miei figli stiano meglio che possono e che abbiano di che vivere, anche senza di me, anche quando non ci sarò più. Ne sarei felice.

Sei orgogliosa di te stessa?
Certo! Ho costruito la mia vita, ho cresciuto tre figli da sola e sono fiera di loro, sono delle persone oneste e siamo legati da molto amore. Sono orgogliosa di essere riuscita in quello in cui ha fallito mia madre: una famiglia, dei legami stabili, l’affetto, la vicinanza.

Non vedi tua madre da quarant’anni. Sai qualcosa di lei, come sta adesso?
Ha 89 anni, è in un ospizio per anziani ed è malata. Ho sue notizie da mio fratello e da mia cognata, che le mostra le mie foto, ogni tanto. Mia madre chiede: “Che bella donna, chi è?”, le rispondono: “E’ tua figlia”. E lei: “Perché non mi viene a trovare?”.

Tu ci andresti?
Non vedo perché dovrei. Non mi ha mai cercata e le volte che ho provato a farlo io mi ha respinta.

Forse ha avuto delle difficoltà tali da non riuscire a gestire quello che le accadeva.
Allora perché ha fatto un secondo figlio maschio con lo stesso uomo e se l’è tenuto? Quando si è ammalata e le hanno dato il figlio in affido, è uscita fuori di testa. Per lui. Non per me: a me m’ha partorito e m’ha mollato all’istituto per bambini abbandonati. Per quanto ci provi, non trovo una spiegazione. Mi è rimasto un grande vuoto che solo amiche e persone care hanno in parte colmato.

Persone che ti hanno voluto bene?
Si, parlo di donne, di figure femminili positive per me. Tra queste una mia maestra di collegio che mi prese sotto la sua ala protettiva dopo aver letto un mio tema. Si era creato un rapporto speciale ed è durato a lungo, tanto che una delle sue figlie è stata la mia madrina di cresima. Ha conosciuto anche le mie bambine e abbiamo passato insieme momenti bellissimi. E’ stata un po’ la mia seconda mamma, ma oggi non c’è più.
Anche quando lavoravo per il Comune in una comunità psichiatrica, ho incontrato molte persone che mi hanno voluto bene. Ho conosciuto tanti pazienti e tante donnine che oggi hanno l’età di mia madre. Mi fanno molta tenerezza per le condizioni in cui si trovano e quando le assistevo tenevo per me i miei problemi, preferivo accogliere i loro. Sono legata a queste persone, mi sono affezionata probabilmente perché mi ricordano quella figura che mi è mancata. Ecco, andrei a trovare loro e non mia madre, perché ho una ferita troppo grande nel cuore e perché non se lo merita il mio amore, mia madre. Quindi non ci vado. L’amore va dato alle persone che se lo meritano e lei non se lo merita.

Forse vederla, per una volta, prima della sua morte potrebbe aiutarti a lasciarti il dolore alle spalle.
No, a me non aiuta. A me aiuterebbe di più andare in quella comunità, prendere una persona anziana e portarla in casa mia per farle del bene. Prenderei Rosaria che ha sempre detto che le piacerebbe vivere in una casa, in una famiglia. Mia mamma aveva la fortuna di costruire, di farsi una famiglia e di avere una figlia che le avrebbe dato tanto amore e l’avrebbe accudita e invece questa fortuna l’ha buttata via, e non una volta. Non posso farci niente, è una battaglia persa. Così io preferisco scegliere altre persone, altre felicità che gratificano.

E tu? Quali scelte difficili hai affrontato? Quale percorso hai fatto per realizzare te stessa? Sono sicura che hai una storia da raccontare e io sono pronta ad ascoltarti. Scrivimi a occhidiragazze@gmail.com.

#Occhidiragazze
è un lungo racconto di storie straordinarie di donne normali.

Ti aspetto,
Alessandra