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Le sorprese che mi riserva #Occhidiragazze non finiscono mai. Incontro anche donne con storie difficili, anni di abusi alle spalle e un passato di violenze. Sono grata a loro per il tempo che mi dedicano e prometto sempre di far buon uso delle loro parole e della loro storia attraverso le mie parole.

Si tratta di persone che continuano a sorridere alla vita, che hanno ricominciato molte volte e che raccontano la loro storia “normale” con leggerezza e il sorriso limpido. E’ il caso di Iris, una donna minuta e gentile.

Ha il passo svelto, Iris, e parla in fretta, dicendo molte cose tutte insieme. Molte cose e tutte importanti. Ha il sorriso delicato e gli occhi luminosi e le sue movenze ricordano quelle di un’adolescente pronta a sbocciare. Graziosa è l’aggettivo che mi viene in mente per definire la sua figura. Un aggettivo desueto forse, ma che incarna perfettamente la grazia e la leggerezza di questa donna.

Ciao, grazie per il tempo che hai deciso di dedicare a me e ad #occhidiragazze. Raccontami di te: chi sei e qual è la tua storia?
Mi chiamo Iris, ho 60 anni, vivo a Trieste e faccio la sarta. Oggi vivo una vita serena, ma fino all’età di vent’anni la mia esistenza è stata travagliata. Ricordare quel lungo periodo di sofferenza e di violenze psicologiche è sempre difficile per me e ancora oggi nei gesti quotidiani, nei visi delle persone che incontro o nelle emozioni che sento trovo spesso qualcosa che mi riporta a quel passato doloroso.

Negli anni della mia infanzia e della giovinezza, persone vicine alla mia famiglia hanno abusato della loro posizione di potere per mettere me, i miei genitori e mia sorella gli uni contro gli altri. Ci sono riusciti in parte, ma non del tutto per fortuna. Il legame di sangue e l’amore dei miei genitori sono riusciti a preservare buona parte della nostra famiglia, anche se abbiamo dovuto lasciarci alle spalle molto di noi e della nostra storia. E’ stato necessario farlo.

Oggi non cerco più colpe o responsabilità. Anzi: grazie a quello che è accaduto ho imparato a mettere in atto meccanismi di difesa che mi hanno permesso di sopravvivere e di preservare parti vitali di me. Grazie a quel dolore sono la persona che hai qui davanti. Ed eccomi qui: ho un marito con cui ho condiviso gli ultimi quarant’anni, una figlia e dei nipotini. Posso ritenermi soddisfatta e grata per quello che ho costruito. Nonostante l’ambiente difficile in cui sono stata allevata, oggi ho una famiglia unita e felice.

Parlami della tua famiglia, dei tuoi amori.
Ho conosciuto mio marito quando avevo 17 anni. Tra anni dopo eravamo marito e moglie. Mi sono innamorata dei suoi occhi verdi. Ha dei bellissimi occhi ancora oggi. Allora mi piacque tanto anche per i valori in cui credeva e i principi saldi che lo animavano. Era un ragazzo perbene e sincero e sentivo che potevo fidarmi di lui. Ho fatto bene. Siamo cresciuti insieme e insieme abbiamo affrontato tutto quello che la vita ci ha messo davanti, gioie e dolori. Per entrambi è stato indispensabile condividere tutto, parlare e confidarci senza pudori o paure.

Così è stato anche con nostra figlia, con cui continuiamo ad avere un rapporto splendido. Lei ha sempre saputo che avrebbe potuto rivolgersi a noi per qualsiasi domanda o problema. Quando era adolescente ci ha fatto delle domande sulla sessualità che qualunque altro genitore, all’epoca, avrebbe trovato imbarazzanti. Ma abbiamo preferito rispondere serenamente e non lasciare che informazioni distorte arrivassero da amici a scuola. Ancora oggi, che è una donna sposata e mamma di due bambini, ha con noi un rapporto molto forte. E io ricambio questa sua confidenza e il suo affetto con tutta me stessa. L’ho avuta quando ero molto giovane e a volte mi sembra di avere una sorella più che una figlia, perché in molte cose abbiamo un rapporto da pari a pari.

Lavoravi già quando è nata la bambina?
Ho sempre lavorato, fin da ragazza, e ho continuato mentre ricostruivo pian piano la mia vita. Erano i primi anni ’70 e per una donna il lavoro era un’opportunità, non solo economica. Era l’occasione per emanciparsi e avere un ruolo determinante nella famiglia. Tanto più che appena sposati io e mio marito non avevamo ancora raggiunto una stabilità economica: lui lavorava in un cantiere navale, faceva l’operaio e spesso era in cassa integrazione. Così io, appena ne avevo l’occasione, accettavo un lavoro, per poter andare avanti ed essere più tranquilli. Devo dire che tutti – mio marito, mia mamma, mia suocera – mi hanno sempre spronato a lavorare e a non demordere. Io forse mi sarei arresa, perché tutte le volte che iniziavo a lavorare succedeva qualcosa o c’era qualcuno di cui occuparsi e io sentivo di poter essere più utile in casa che fuori. Invece ho avuto il sostegno di tutti perché, mi dicevano, così avrei avuto la mia autonomia, le mie soddisfazioni e un giorno anche la mia pensione. Ed è stato così, il mio lavoro mi ha gratificato moltissimo.

Da un vissuto molto doloroso ad una vita serena. E’ stato un bel percorso! Cosa ti rende felice oggi?
La felicità più grande è essere diventata nonna. Ho due nipotini splendidi e sani. Il grande ha sempre il sorriso sulle labbra, è un gran chiacchierone e saluta tutti per la strada e il piccolino sembra seguire l’esempio del fratello: a soli 5 mesi sorride a tutti ed è simpaticissimo. Crescono felici, grazie all’amore di mamma e papà. Sono contenta di questo perché, penso, forse c’è anche un po’ di me in quell’equilibrio e nella loro felicità. Questo è quello che mi gratifica più di tutto, perché ho fatto una fatica tremenda per diventare quella che sono oggi, una persona serena ed equilibrata, e trasmettere ai miei cari valori importanti.

Ripensando alla tua storia passata, sembra di assistere a un significativo passaggio di generazioni.
Si, è così. Ed è inevitabile ripensare ai miei genitori e alla loro sofferenza. Quando vivevamo tutti insieme quegli anni terribili, mamma e papà cercavano di proteggermi, ma non ci sono riusciti del tutto. Non ne avevano le capacità. Hanno fatto quello che hanno potuto e questo mi basta. Hanno sofferto in silenzio per anni, schiacciati dal dolore. Mi madre è morta giovane per una malattia autoimmune e non ha potuto godere nulla di quello che aveva attorno. Non ha avuto nessuna gioia. Per questo quando oggi porto i miei nipoti ai giardini o a prendere un gelato penso a lei che non ha potuto fare nulla di tutto questo. Nessuna di queste piccole cose. So che di questo sarebbe stata felice.

Sei riuscita a costruire molto, oggi puoi dire di essere una donna serena e sai cos’è la felicità. Cosa invece ti rende orgogliosa?

Non sono una che si vanta per quello che è o che fa. Ogni giorno cerco di fare il meglio che posso e di dare il meglio di me stessa. Però sono molto severa con me stessa, non mi dico mai: “Si, Iris, hai fatto bene”. La sera penso a cosa ho fatto durante la giornata, mi faccio l’esame di coscienza e trovo sempre qualcosa che avrei potuto fare meglio.

Ma così non ti rilassi mai!
No, non mi rilasso mai. Mio marito mi dice che non smetto mai di lavorare, perché io son sempre un po’ così, quadrata. Sono rigida, molto disciplinata, forse troppo. Immagino che questo abbia a che fare con il mio passato. Probabilmente perché da bambina non venivo mai premiata. Ero abituata ad essere criticata, ma quando riuscivo in qualcosa nessuno lo notava. Nessuno lo sottolineava.
E se guardo alla bambina che ero, penso di essere stata un disastro. In tutto: perché venivo sgridata spesso, non venivo mai gratificata o premiata. Così adesso mi rimane questa rigidità, una voce critica e severa verso me stessa che non tace mai. Se qualcuno mi dice che sono stata bravissima, che ho realizzato qualcosa di bellissimo, che ho agito bene io non ci credo. Oppure ci credo poco e per poco tempo. Mi dico che non mi devo fare illusioni, mi dico che questa volta è andata bene, ma la prossima deve andare meglio.

In cosa sei brava, in quali occasioni ti dicono che hai fatto qualcosa di bellissimo?
Sono una sarta e mi piace anche dipingere. Ultimamente ho realizzato un dipinto. L’ho finito e l’ho subito accantonato in un angolo. Mio marito l’ha visto e mi ha detto: “Ma scusa, perché l’hai nascosto, hai fatto un quadro bellissimo! Perché non lo incorniciamo?”. Io gli ho risposto che non era il caso e gli ho chiesto, stupita: “Perché mai dovremmo incorniciare il quadro?”. Lui non ha sentito ragioni, ha preso il quadro, siamo andati dal corniciaio e mi ha fatto scegliere la cornice che mi piaceva di più. Ha voluto così. Io ancora gli chiedo: “Ma sei sicuro?”. E lui risponde sicurissimo: “Si, e deve stare anche in un posto dove tutti lo possano vedere!” e così ha fatto. Io ne sono esterrefatta e ancora mi stupisco.

Ti stupisci nel realizzare qualcosa di bellissimo, eppure è il tuo mestiere realizzare la bellezza. Hai talento e ti viene riconosciuto. Gli altri non si sbagliano quando si complimentano con te, lo sai?
Una parte di me, forse, lo sa. Un’altra non lo sa. E’ come quando cucio un vestito. Mi piace moltissimo cucire, lo faccio con tanta passione ma non sono mai soddisfatta del risultato. Preparo il modello, faccio le prove, faccio indossare l’abito alla cliente e quando è finito e curato nei minimi dettagli mi dico che potevo fare in un modo e non in quell’altro, che in quel punto lì avrei dovuto fare meglio. Se il vestito poi lo realizzo per me, finisce che lo accantono del tutto. Non hai fatto bene, mi dico e passo al prossimo abito.

Cosa ti fa paura? Quali sono i tuoi timori più profondi?
Le malattie. Ho paura di ammalarmi, ma non ho paura del dolore fisico: ho paura di non essere in grado di aiutare i miei familiari e o di non poter continuare il lavoro che faccio. Un’altra cosa di cui ho paura sono le delusioni. Io amo parlare, conoscere le persone, mi piace buttarmi nelle cose, ma a volte prendo delle cantonate o fraintendo chi ho davanti e questo mi mette ansia, mi destabilizza. Capita che se qualcuno mi dice o fa qualcosa che mi turba o non mi è chiara, io ci rimugino su a lungo. Ne parlo con mio marito e con mia figlia finché non accetto quello che è accaduto. Oggi che sono più matura riesco a superare quest’impasse in poco tempo, da giovane invece ci impiegavo giorni, ma ero anche meno amata e tutto mi lasciava un segno.

Guardiamo al futuro: cosa sogni, quali sono i tuoi progetti?
Mi piacerebbe andare in pensione. E spero che questo non sia un obiettivo irraggiungibile! Poi desidero continuare a stare con i miei nipoti e la mia famiglia, in serenità. Mi piacerebbe viaggiare con mio marito e ritagliarmi anche il tempo e gli spazi per dipingere. Ho deciso che la prima cosa che farò appena andrò in pensione sarà iscrivermi ad un corso di pittura. Spero che si avverino queste cose, io ce la metterò tutta e mi auguro che Dio o il Destino me le conceda.

Iris si è lasciata alle spalle un passato di grande sofferenza e ha costruito un presente ricco di serenità e calore. E tu? Quali sono le tue conquiste? Quale il tuo passato? Cosa ti rende felice oggi? Sono sicura che hai una storia da raccontare e io sono pronta ad ascoltarti. Scrivimi a occhidiragazze@gmail.com.

#Occhidiragazze è un lungo racconto di storie straordinarie di donne normali. E’ un viaggio narrato attraverso l’hashtag #Occhidiragazze in cui trovano spazio gli sguardi delle donne che ho la fortuna di conoscere o che il caso mi fa incontrare, ma anche le storie delle amiche che fanno parte della mia vita, delle nonne, delle mamme, delle bambine e dei loro occhi di ragazze.

Ti aspetto,
Alessandra