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A volte ritornano.
Mi capita di visitare il mio vecchio blog MiPiaceSettembre e di trovarci piccole cose che ancora mi rappresentano.
Quel blog mi ha fatto compagnia per otto anni e oggi è dormiente, ma è come un vecchio album di foto che custodisce molti momenti importanti.

Come il post che segue e che raccoglie tre componimenti poetici dei miei vent’anni. I temi? L’amore e l’amore non corrisposto, il futuro e la paura del futuro.
Roba di quando si hanno 20 anni, insomma. Ma forse non soltanto.

Ho riaperto dopo lungo tempo i miei vecchi quaderni di appunti, poesie e racconti. Quei tentativi di mettere in versi le mie emozioni dei 20 anni ora mi fanno molta tenerezza: le parole di ieri, grezze e arrabbiate, oggi sono sbocciate in sorrisi e serenità.

Alcune “poesie” raccontano momenti importanti di quel periodo. Erano i primi anni ’90, frequentavo l’Università e combattevo con mille conflitti dentro di me. E un serie di guai attorno a me. Una tristezza pazzesca, in poche parole.

Del resto, a sintetizzare quegli anni basta il titolo della prima “poesia”. Me l’’aveva ispirata un ragazzo cui piacevo tantissimo, un tantino troppo emotivo. Io gli volevo pure bene, ma avevo mille insicurezze e troppi guai miei che gestire pure i suoi era davvero un po’’ troppo.

Vomiti
Hai sempre vomitato.
Mi hai conosciuta
e hai vomitato
ti sei innamorato di me
e hai vomitato
non ti volevo
e hai vomitato.

Quando ero in dubbio
se amarti o non amarti
hai vomitato
quando ho pensato
che era meglio di no
hai vomitato.

Quando mi sono innamorata di lui
hai vomitato
l’’ho lasciato e tu, felice,
hai vomitato.

Quasi quasi ti volevo bene
e hai vomitato
dicevi che eri felice con me
però vomitavi
Eri contento
stavamo insieme
c’’era il sole
ma poi ti ho lasciato
e hai vomitato.

 

Quella che segue fu ispirata dalla corte serrata di un ragazzo più grande di me: lui aveva 30 anni suonati, io appena venti e mi sembrava una distanza incolmabile. Poi di amore non ci capivo proprio niente e non se ne fece nulla. Mi scrisse però una lettera molto tenera in cui mi definiva “la donna della sua vita” e queste son cose che non si dimenticano.

Chissà cos’’è
Io non so che cos’’è.
Io penso che
amore
siano quei tuoi occhi buoni
che non osano guardarmi
e forse le tue mani bianche
che vorrebbero toccarmi.

Io non so che cos’’è.
Ma potrebbe essere la voglia di truccarmi
e allo specchio
far le prove con gli sguardi.

Voglio spiegarti le mie paure
i miei sorrisi strani
accarezzarti quelle mani.

Io non so che cos’’è.
Se non fa male
potrei anche provare
altrimenti mi potrei ritirare.

Fammi sognare un po’’
se vuoi,
abbracciami pure
e parlami,
io mi perdo nella tua voce.

Io non so che cos’’è.
potrebbe essere volare
e forse
trovare un po’’ di pace.

 

Proseguo e concludo (lo giuro!) con l’ultimo saggio delle mie discutibili prove di poesia. Descrive lo stato d’animo ricorrente di quegli anni sfigatissimi, sospesi tra paura e speranza. Tantissimo tempo e una strada lunghissima mi separano ora da quella “stanza piena di nessuno”.

Le streghe
Ormai è cosa risaputa
che io ho paura
l’’ho detto a questi fogli
l’’ho confidato a qualche anima pura
si legge nei miei occhi
non è stata certo una mossa astuta.

Ma è che quando mi trovo
in questa stanza
piena di nessuno
arrivano mille streghe
nere
che vengono a fare raduno.

Allora chiudo gli occhi
ricordo una canzone
sento sorrisi
persone lontane
vedo un dopo
che non oso sperare
e un mare calmo
che si lascia attraversare.