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Ho conosciuto Alessandra Giordano quando le nostre bimbe frequentavano la stessa scuola, poi interessi e affinità comuni ci hanno avvicinate. Tra questi anche la scrittura. Anzi, soprattutto la scrittura. Ci siamo incontrate per #occhidiragazze e abbiamo fatto una lunga chiacchierata sul lungomare di Voltri, sotto il primo sole caldo della stagione, nell’aria azzurra spazzata dal vento così familiare in questi luoghi.

Una conversazione che ha toccato tanti temi –  il passato, il presente, il lavoro, la dimensione della scrittura, i temi della felicità, della paura, l’orgoglio e i sogni per il futuro – che tutti insieme restituiscono un affresco vivido e intenso di Alessandra, che vi invito a conoscere.

Sono Alessandra, ho 42 anni, vivo a Genova. Sono una mamma, un’insegnante, una scrittrice. Rosa Johanna Pintus è il mio pseudonimo letterario.
Provengo da una famiglia borghese da parte di madre e popolare da parte di padre. Mio padre è siciliano, i suoi genitori si sono trasferiti a Genova durante la seconda guerra mondiale, come migliaia di altri loro conterranei.
Grazie a queste doppie origini ho avuto la possibilità di sviluppare un doppio punto di vista sulla vita. Ho studiato, ho frequentato il Liceo Classico, come si addiceva ad una ragazza dell’alta società pegliese, e poi ho iniziato a guardare l’altro lato di me, quello più popolare, quello nel quale trovano spazio i miei ricordi. Come quello di andare con mia nonna – che si chiama Rosa – al mercato di Sampierdarena o quello di giocare per strada con gli altri bambini. Sono cresciuta quindi con questa doppia identità che è andata pian piano intrecciandosi, dando vita ad una personalità quasi artistica. Dico “quasi artistica” nel senso che non sono un’artista famosa. Però si, sono una danzatrice, una performer. Ho studiato danza contemporanea, partendo prima dalla danza classica, poi ho continuato a fare ricerca sul movimento del corpo, cercando di unire danza e poesia. Trovo che siano due linguaggi che possono raccontare le emozioni più nascoste in ciascuno di noi, andando oltre il comune senso delle parole.
Crescendo poi, e diventando mamma di tre bambini, ho messo un po’ da parte l’aspetto della danza, che seguo ormai solo per conto mio e ho deciso invece di sviluppare la scrittura. Scrivere mi piace, trovo che mi sia molto più congeniale rispetto al parlare e infatti penso che scrivere è essenzialmente più facile. Ho scritto, quindi, e i miei romanzi si collocano al CEP, un quartiere popolare di Genova, un posto che conosco molto bene perché è lì che insegno, in una scuola media, ed è da lì che viene il mio compagno. La realtà che voglio raccontare è quella che forse altri non vorrebbero conoscere e che invece c’è bisogno di sapere che esiste, per poter andare tutti verso un mondo più equo.

Il proprio vissuto e oggi, il presente al CEP

Ogni esperienza insegna qualcosa, è parte del nostro percorso e non è mai irrimediabile: la vita offre sempre delle risorse, delle possibilità, anche quando ci si sente avvolti da un abisso che ci schiaccia.
Io sono passata attraverso esperienze che mi hanno insegnato tanto e altre che mi hanno segnato, molto. Ed è un vissuto che emerge inevitabilmente negli scritti. Di questo passato, a volte doloroso, ho cercato di fare tesoro ed è alla base di scelte importanti della mia vita. Nell’insegnamento mi occupo di alunni che vivono in un contesto di forte disagio sociale ed economico. Non credo sia accaduto per caso, come non è un caso che io lavori in una scuola che si trova in un quartiere dell’estrema periferia genovese dove le difficoltà delle famiglie sono enormi, inimmaginabili.
Da quello che è accaduto nel mio passato ho capito che il confine tra bene e male può non essere ben delimitato e che occorre provare a vedere le cose da più punti di vista. Grazie al mio lavoro ho notato che quando ci sono realtà abusanti, queste non si creano da sole, ma i protagonisti sono stati a loro volta abusati in passato. Si crea una situazione nella quale è difficile trovare una via d’uscita. Penso ad Émile Zola e penso sia stato un genio a descrivere il disagio sociale e le sue miserabili vittime. L’uscita da un contesto svantaggiato e degradato può avvenire o attraverso una scelta radicale, come quella di una Nanà che però poi pian piano un suo riscatto riesce quasi a trovarlo. L’altra via è il soccombere a causa di quel contesto che non offre scampo.
Ho l’impressione, l’ho sempre avuta, che le persone che vivono in questi quartieri siano vittime di un disagio che non riescono a gestire in prima persona, che sia quasi storico, connaturato a quei luoghi, e che il loro disagio serva ad altri. Serve che ci sia una sacca della popolazione che stia così male e soprattutto che sia così ignorante e senza mezzi perché altri possano dire “noi non siamo come loro”. Non è un caso che queste persone che già vivono in condizione di deprivazione sociale siano poi quelle più vicine a movimenti estremi, quali il neonazismo.

La felicità

Io sto sicuramente bene quando creo. E questo in tutti i campi. Per esempio, durante le gravidanze sono stata benissimo e nel tempo ho notato che rimanevo incinta ogni volta che cominciavo un tipo di spettacolo nuovo. Gli eventi, insieme, sembravano quasi un compenetrarsi della creatività.
E mi rende felice crescere i figli. Vederli cresce mi piace, mi piace moltissimo. Anche se fare la mamma non è semplice. Mi pongo sempre in una posizione molto critica nei confronti di me stessa perché al di là dei tanti manuali a disposizione, io il giusto modo di educare non l’ho trovato e son sicura di fare molti sbagli e mi preoccupa che questi errori si possano ripercuotere sui figli dei miei figli. Cerco sempre di sanare tutto con la lettura serale di un romanzo o la visione di un film tutti insieme, per lasciare almeno questo momento di comunione con i tre bambini e poter dire: “la famiglia è questo: leggere insieme qualcosa, discutere insieme di qualcosa, condividere momenti importanti”.

L’orgoglio

MI renderebbe orgogliosa trovare una collocazione nel panorama della letteratura contemporanea. Questo mi renderebbe orgogliosa, si, perché credo che la scrittura sia un qualcosa che mi rappresenti bene. A volte mi sembra di peccare di presunzione perché io scrivo ma non riesco a vendere, a diffondere ciò che scrivo e però mi arrabbio se vedo altre persone che riescono a farlo pur scrivendo meno bene. Allora poi mi chiedo: “Scrivono meno bene o sono io che sono gelosa e li vedo scrivere meno bene?”. Di sicuro scrivere da un quartiere popolare è più difficile perché ti manca proprio il sostegno economico. I soldi servono per vivere, questo è quello che io posso affermare con tre figli. Di certo non spenderei per editare un mio libro, perché sarebbero soldi che andrei a togliere alla famiglia. Preferisco lavorare per muovermi da sola in tutti i modi che ho a disposizione: curando i contatti con altri scrittori e poeti e con la presenza sui social.
Una volta mi rappresentava bene anche l’insegnamento. Mi piace ancora insegnare, ma non mi piace la fisionomia che ha preso la scuola adesso. Non mi ci ritrovo più. Credo anche che tutte le vie per modernizzare l’insegnamento siano sbagliate, perché per conto mio con l’insegnamento classico si imparava, bene, senza bisogno di troppi proclami. In più con i con i corsi di aggiornamento che siamo obbligati a fare, togliamo tempo alla didattica. Io di questo ne sono convinta. Per protesta non ho nemmeno preso il famoso bonus insegnanti perché non devo dimostrare al Ministero che mi formo. Ho già superato un concorso, sono impegnata da anni nel mio lavoro e ogni giorno con i ragazzi. Comunque non mi voglio formare con il bonus ministeriale perché in realtà questo bonus si può spendere solo in corsi organizzati dallo stesso Miur. Questa autoreferenzialità è terribile e tutto questo toglie tempo e qualità alla scuola reale. E non è questa la scuola che voglio per me, come insegnante, e per i miei figli, come madre.

La paura

Mi fa molta paura il futuro dei miei figli. Anche se tendenzialmente sono ottimista, mi rendo conto di temere che non trovino la loro occupazione, la realizzazione del proprio sé qui in Italia. Al maschio propongo sempre di fare il nautico, così – gli dico – navighi, te ne vai, qualcosa guadagni.
E’ perché vedo la situazione molto difficile. Si sente sempre parlare di rivoluzione, ma io credo che i tempi non siano maturi: a noi italiani basta consegnarci in mano il cellulare, siamo sazi e contenti e non ci rendiamo conto che abbiamo sempre di meno. Così la rabbia sociale viene attenuata, ci sentiamo all’interno del mondo ma in realtà siamo nella più grande delle dittature. In questo senso i governi italiani sono stati molto intelligenti, non hanno imposto niente, ma ci hanno derubato e hanno deprivato il patrimonio culturale e sociale e fatto morire la coscienza civile.
Con i miei figli, cerco di incoraggiare un’educazione di strada, perché conoscano la realtà con i loro occhi. A mio figlio di 11 anni dico di andare a giocare per strada. Non voglio vederlo davanti a un videogioco, ci può stare un po’ la sera perché non sia fuori dal mondo dei suoi coetanei, però poi lo mando a giocare al parco giochi del quartiere. Prà, dove abitiamo, si presta in questo senso, perché si conoscono i luoghi e io so benissimo che alcuni ragazzini già a 11 anni fumano e non solo sigarette. So che mio figlio vede alcuni suoi coetanei fumare le canne. Allora gli racconto come viene distribuita la droga, gli spiego com’è organizzato il traffico e come sono tagliate le sostanze stupefacenti. Faccio questa azione di prevenzione con lui e con i suoi amici perché sono convinta che non è il proibizionismo, ma solo la consapevolezza che li può aiutare. Cerco di essere rigida nelle regole e su quello che riguarda la scuola, però se i miei figli sbagliano, cerco di presentare sempre la possibilità di riscatto. Sull’errore in particolare vado loro incontro. Gli adolescenti di adesso sono molto fragili e basta poco che per una stupidata arrivino a rinunciare a combattere per superare la frustrazione, a provare un senso schiacciante di vergogna e a togliersi la vita.

Il futuro

Per il futuro sogno una casa solo nostra in cui possiamo stare tutti e cinque, più comodamente. Mi auguro di riuscire in questo, per avere una casa più accogliente per noi, i ragazzi e i loro amici. Sogno di vivere con più tranquillità e senza eccessi, come già facciamo, magari potendoci permettere il campeggio tutti gli anni. Per il resto, sogno di continuare a scrivere e di realizzarmi come scrittrice, come autrice. Sogno di ritagliarmi un posto tutto per me nel mondo della letteratura, anche da qui, dal ponente genovese.

Per conoscere Alessandra Giordano e i suoi romanzi, rimando alla sua pagina Facebook e al suo profilo su Ilmiolibro.it.

E tu? Hai una storia da raccontare? Sono pronta ad ascoltarti. Scrivimi a occhidiragazze@gmail.com.

Occhi di ragazze è un viaggio narrato attraverso l’hashtag #Occhidiragazze in cui trovano spazio gli sguardi delle donne che ho la fortuna di conoscere o che il caso mi fa incontrare, ma anche le storie delle amiche che fanno parte della mia vita, delle nonne, delle mamme, delle bambine e dei loro occhi di ragazze.

Ti aspetto,
Alessandra