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Sono nata a settembre e quand’ero piccola aspettavo la fine delle vacanze per festeggiare il mio compleanno.
In un post del mio vecchio blog, l’eco di quell’età dolce, dei settembre al profumo di gommine e quaderni nuovi.

Ogni anno i regali erano gli stessi: diario, astuccio e quaderni per la scuola. Mi piaceva l’odore della carta nuova e delle gommine colorate. E ancora oggi quel profumo riesce a farmi pizzicare gli occhi d’emozione.

Io, gli amichetti e miei cugini ci riunivamo a casa della nonna, nella grande cucina a giocare e e ballare. La musica della radio locale era la nostra colonna sonora. Oppure facevamo suonare delle musicassette con i successi degli anni ’60 cantati da Ivan Cattaneo. A dieci anni avevamo i nostri gusti e le idee precise, ma io ricordo che credevo ancora alla Befana mentre la prima mestruazione era ormai vicina.

Settembre era il mese della vendemmia. Il nonno assoldava contadini, conoscenti e figlie per i giorni di lavoro e ci si alzava alle tre del mattino per andare nei vigneti. Noi cugini, undici in tutto dai quindici ai quattro anni, ci infilavamo nelle macchine per partecipare all’avventura. Era ancora estate, ma l’umidità notturna della campagna costringeva le nostre mamme a vestirsi di strati di panni e stivaloni pesanti.

Il gioco preferito era percorrere il perimetro dei vigneti a rincorrerci e bagnarci le scarpe di rugiada e terra rossa. Le due cugine maggiori rimanevano a parlare di vestiti nuovi e della scuola, guardandoci con distacco e sbuffando. Il nostro gruppo invece esplorava le masserie diroccate, si arrampicava sugli alberi e dava la caccia alle lucertole. Io e le mie cuginette ci tenevamo per mano e guardavamo, naso in sù, le prodezze stupide dei cugini maschi, pronte a difendere i loro alibi se mai i grandi avessero intuito cosa riuscivano a combinare.

Al primo sole, si dissolveva l’umidità e l’aria diventava fresca e frizzante. Come a un segnale prestabilito, si riunivano tutti sullo spiazzo davanti ad un vecchio magazzino. Attratti dall’improvviso silenzio correvamo anche noi piccoli, d’un tratto affamati e curiosi di vedere i grandi che fino a quel momento erano solo ombre in movimento nel buio.

Scoprivo la fatica sui volti del nonno e dei suoi lavoranti. E mi stupivo della forza fisica degli anziani, che riuscivano a sollevare tini colmi di grappoli parlando e discutendo dell’eventuale guadagno ricavato alla cantina sociale. Le donne avevano le mani gonfie, viola di mosto e gli occhi pesti per la notte.

La nonna distribuiva fette di pane condite con i pomodori gialli, saporiti e pieni di semi. Ungeva le fette con l’olio buono e il sale e invitava tutti a mangiare. Dopo gli uomini, toccava a noi bambini addentare il pane e leccarci le labbra per assaporarne i bocconi. Solo dopo era il turno delle donne, che badavano a rimettere tutto a posto nei cesti e subito riprendevano il lavoro.

Più grande, ho sempre aspettato settembre. Negli anni, la malattia di papà peggiorava e l’estate per lui diveniva una prova durissima. Desideravo il fresco della notte perchè lui trovasse sollievo. Soffrivo della sospensione delle normali attività in paese e in tv non c’era mai niente di bello. Passavo i giorni a giocare in silenzio in un grande sgabuzzino di casa, un posto fresco dove trovavano spazio oggetti inutilizzati, mobili vecchi e scatole di scarpe. Con i pezzi di legno avevo costruito una casa per le bambole e in un angolo avevo ammucchiato giornali e libri che sfogliavo per ore, seduta per terra.

Immaginavo che il tempo accelerasse, mi portasse diritto a settembre e tutti la smettessero di divertirsi e andare al mare. Papà sarebbe stato meglio, le porte si sarebbero chiuse per l’aria più fresca finalmente, e la mamma avrebbe ripreso a preparare le zuppe di legumi.