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Memorabile l’estate dell”82.
O forse è merito degli anni dolci dell’infanzia se alcuni eventi o semplici episodi si fissano nella memoria per sempre.
In un post del mio vecchio blog, le scoperte e le meraviglie di un’estate lontana, che ancora ha il profumo del sale e dei primi stupori.

C’è stato un tempo in cui le vacanze duravano tre mesi. Era un’epoca senza contorni piena di giochi, mare e divertimento: all’inizio e alla fine solo la scuola. Noi bambini in vacanza contavamo i giorni con le mani: un modo forse ingenuo ma efficace di fissare i ricordi e lo scorrere dei mesi estivi.

C’erano i giorni trascorsi in spiaggia, quelli in campagna e quelli di festa, tra luminarie e bancarelle. Le ore sull’uscio di casa dei nonni, in compagnia dei cugini e degli amici della via, erano un plus prezioso. Capitava di infilare foglie di tabacco nel telaio per lasciarle essiccare o di ascoltare i vecchi raccontare storie di guerra e di fame in un dialetto denso di pause e suoni cupi.

Poi venne l’estate del Mondiale, quella dell’82. Fino ad allora avevo ignorato il calcio di proposito. Nelle domeniche di campionato papà ci portava a spasso con l’orecchio teso alla radiolina a transistor blu. Il ronzio basso e penetrante della radiocronaca mi faceva venire la nausea. E quando papà gridava GOOOOLLLLL! mi faceva pure un po’ paura. Ma la faccenda delle bandiere dell’Italia e del tifo, in quell’estate dell’’82, in qualche modo contagiò anche me.

Sulla strada per il mare, pigiata con i miei fratelli in una 127 gialla e in un bagno di sudore sui sedili in simil pelle, leggevo il Guerin Sportivo. Quel settimanale aveva le pagine coloratissime e io lo spulciavo da cima a fondo: non mi perdevo nemmeno le didascalie delle foto. In quelle settimane di gol, attese e speranze l’inno nazionale cominciò anche a farmi uno strano effetto: mi venivano le lacrime e mi batteva forte il cuore.

La sera della Finalissima ci ritrovammo tutti in via IV Novembre, poco più in là dalla casa dove ero nata dieci anni prima. Eravamo una folla: nonni, zii, mamma e zie, conoscenti, comari e compari, amici e cugini. Seduti per terra sul marciapiede o sulle sedie del soggiorno, ci schierammo attorno ad una tv issata su un tavolino di fortuna quasi sul ciglio della strada. Del resto non c’era pericolo che passassero macchine: il mondo s’era fermato e l’Italia tratteneva il fiato. Manco le zanzare s’azzardavano a ronzare.

Come i falò sulla spiaggia la notte di San Lorenzo, a distanza di pochi metri le une dalle altre si susseguivano le tv sul marciapiede, con altri gruppi di amici e altre famiglie riunite. Nel trionfo tricolore, le bandiere sventolavano anche per smuovere l’aria afosa. Gli uomini erano in canottiera, quelle bianche a coste un po’ sdrucite, roba che Dolce & Gabbana ora potrebbero festeggiare già il trentennale di attività.

La partita ebbe inizio e pure le imprecazioni degli uomini in canottiera. Parlavano un linguaggio del tutto nuovo per me e nemmeno la lettura del Guerin Sportivo mi era d’aiuto nel decifrarlo. Le parole s’univano ai gesti: le facce si trasfiguravano, le braccia si levavano al cielo, le ginocchia si flettevano, la voce era un tutt’uno con il corpo. Frasi fulminanti, parole scoppiettanti, urla tonanti lampeggiavano e rimbalzavano per la via, in un crescendo imprevedibile, fantasioso, spettacolare.

C’era una misteriosa coreografia dietro quel levarsi di toni e volti congestionati. Sembrava che gli uomini si esibissero in una danza, un balletto, in una performance perfetta degna del gran finale. Noi bambini saltavamo sulla sedia più per loro che per i gol. Fortuna che il fischio di fine partita condensò tutta l’energia in un lungo, interminabile boato onnicomprensivo, finalmente.

Degna conclusione di quella serata memorabile, fu il movimentato giro in macchina –  nella 128 bianca del papà di Giovanna – per le vie del paese, a sventolar bandiere tricolore. Chissà cosa avrebbe scritto il giorno
dopo il Guerin Sportivo, mi chiesi esausta ed emozionata.

Poi venne agosto anche quell’estate. Un giorno sulla spiaggia lessi del ventennale della morte di Marilyn. Ricordo perfettamente la copertina di Sorrisi dedicata a quell’evento. Avevo visto quella bellissima attrice bionda in alcuni film in tv, anche se la mia preferita in quel periodo era Ester Williams, e non è un caso che imparai a nuotare proprio in quei mesi.

Leggendo però del mistero della morte di Marilyn, la parola “barbiturici” ammantò di un alone proibito e pericoloso le mie letture estive. Ricordo anche che fu la prima volta che lessi insieme le parole sesso e politica. Immaginavo solo vagamente che il sesso riguardasse un qualcosa di imperscrutabile che accadeva tra un uomo e una donna, eppure ebbi la certezza che l’aggiunta della parola politica rendesse il tutto complicatissimo.

“Caspita!” pensai, mentre dal juke box Giuni Russo cantava il tormentone dell’estate.