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Il mio papà è mancato il 10 giugno scorso. Dico “mancato” perché “morto” ha un che di definitivo che ha poco a che fare con la sua assenza. Non ha a che fare nemmeno con un’eventuale mancata rassegnazione.

No, quella c’è. Non vaneggio, né m’illudo che papà possa tornare. Decenni di Parkinson, ricoveri, terapie e le ultime settimane di alti e bassi, di tentativi di portarlo a condizioni stabili e il lento scivolare verso l’epilogo ci hanno preparato alla sua partenza. 
Ma è solo questo, non è altro. Il fatto che manchi è una realtà, vera e concreta, ma la morte?

Penso alle possibili risposte. Forse è l’evidenza dell’assenza. E’ un passaggio inevitabile. Una partenza per luoghi a noi sconosciuti. E tutto sembra così definitivo da non concedere appelli. 
Ma è strano e straordinario che più una persona è assente, più ne senti la presenza. 
Il dolore assume una strana consistenza, a tratti diventa una consolazione, ti spiega la mancanza e permette di rimettere in ordine la confusione di alcuni istanti in cui ingenuamente ti chiedi: “E adesso?”.

Ci sono poi le persone, le parole, gli abbracci che si stringono attorno a te in questi momenti. Il lutto è un’esperienza dell’anima che rimescola convinzioni, energie, sentimenti e affonda netto nel fondo delle relazioni familiari, giunge al cuore delle amicizie e degli affetti. 
Un tempo provavo insofferenza per la parola “condoglianze”.

Com’è antico questo termine, pensavo. Com’è desueto e così lontano dalla realtà del pianto e del dolore. Aveva, allora, il sapore della mera consuetudine, delle convenzioni sociali. Mi sembrava avesse perso l’essenza della sua connotazione etimologica e non fosse altro che una parola vuota, che si dice perché è necessario dirla in date circostanze.

Invece.

Ho detto grazie a chi l’ha pronunciata, a chi l’ha detto abbracciandomi. Condoglianze è una parola che consola, che cura, di cui senti il bisogno quando piangi un’assenza. E’ una parola che ti spetta di diritto quando provi dolore e la aspetti come un sorso d’acqua fresca. Ringrazio per questa piccola cura essenziale, questo distillato di partecipazione. E’ stata indispensabile per riuscire ad attraversare i primi giorni di smarrimento.

Man mano che i giorni passano la presenza di chi manca si rafforza. E’ uno strano e confortante fenomeno: i gesti di cura verso chi non c’è si declinano nelle attenzioni per il luogo dove riposa, nel senso di quello che ha lasciato, nei legami che ha creato. 
Sono grata per esserci stata quando il corpo stanco di papà si preparava a lasciarci. Provo gratitudine per questo, perché non era solo, perché chi lo ha amato – noi tutti – eravamo con lui e non è un’opportunità concessa a molti, sia a chi parte, sia a chi rimane.

Mi scopro più forte, oggi. Il cuore s’è allargato e i pensieri, grazie alla gratitudine, sono chiari e puliti. Non so cosa possa rivelare ancora di straordinario l’assenza di papà. Mi aspetto però grandi cose da lui che ha amato molto, sorriso sempre, donato tanto, sperato e immaginato oltre ogni evidenza.
Davvero, in questo senso, la morte non è niente.
Buon viaggio, papà.